Il confronto si è tenuto appena qualche minuto prima dell’inizio del Consiglio…

Mercoledì mattina si è rischiato lo scontro tra il sindaco Felicetto Angelini e il candidato sindaco dei Cinque Stelle Adolfo Mele. Il tema? La ripresa (non autorizzata) della seduta del Consiglio (non ancora iniziata) che ha dato il via libera alla riduzione delle tariffe della Tari per il 2019.

Del faccia a faccia, nei video pubblicati da Adolfo Mele non c’è chiara traccia ma il racconto degli interessati è congruente e riapre il tema, sempre discusso, della privacy nel mondo dei social. Ma anche quello dell’opportunità e dell’utilità delle dirette streaming e della trasparenza amministrativa.

Come sono andate le cose?

Dalla ricostruzione degli avvenimenti, il rappresentante dei 5 Stelle ieri mattina ha attivato la telecamera del suo smartphone prima dell’inizio della seduta consiliare, pubblicando la diretta su Facebook. Una diretta durata pochi minuti a cui ne è seguita un’altra, che ha dato il via al confronto. Il Sindaco Angelini non ha gradito le riprese fatte a seduta non ancora iniziata da Adolfo Mele ed ha chiesto di non eseguirne altre, dato che non erano autorizzate. Mele ha però riattivato la telecamera e questa seconda volta il Sindaco Angelini si è alzato per raggiungere il “grillino”. Dopo un faccia a faccia in cui sarebbe volata qualche “parola forte” (ma nessun contatto fisico) Mele ha spento la telecamera.

…e riapre il dibattito sull’opportunità e sull’utilità delle dirette streaming

La vicenda si inquadra in un contesto normativo complesso. Il regolamento comunale vieta le riprese del Consiglio non autorizzate. D’altra parte, ha fatto notare Mele, il Consiglio non era iniziato. Dunque la questione è: era un diritto di Mele riprendere e pubblicare in una diretta Facebook anche un momento non ufficiale? E ancora: è un diritto di un sindaco non essere ripreso da un cittadino al di fuori di un’assemblea pubblica?

Se a riprendere fosse stato un giornalista non ci sarebbero stati dubbi: il diritto di cronaca glielo avrebbe senza dubbio permesso, visto che la legge sulla privacy è in un certo senso derogata dal Codice di deontologia professionale. Ma nel caso di ieri tutto appare più complesso e confuso, con il rischio di mettere ancor più fuoco in una situazione politica già calda. E sarebbe bene ritornare tutti alla calma.

Ecco perché un’altra domanda si impone. Una domanda a cui i Comuni stanno dando risposte non univoche. E cioè: è opportuno e utile che le sedute del Consiglio comunale siano oggetto di dirette sui social? Quali sono le distorsioni che tali dirette provocano nel dibattito politico? E quali sono i vantaggi per i cittadini?

Come detto, i Comuni stanno dando risposte diverse. Artena ha da lungo tempo sdoganato lo streaming del Consiglio. Cosa diversa hanno fatto Lariano e Valmontone, i cui Consigli hanno bocciato le richieste delle relative opposizioni. I motivi? Per Valmontone non è dato sapere perché alla delibera pubblicata all’albo non è stato allegato il verbale della seduta. A Lariano la richiesta è stata negata per il evitare che il dibattito consiliare degenerasse in una serie di comizi di piazza.

Le motivazioni contrapposte di due scelte antitetiche

In effetti non è peregrino ipotizzare come la presenza del pubblico (o la diretta streaming) possa distorcere il dibattito politico, con gli attori più intenti a conquistare il favore del pubblico piuttosto che a confrontarsi sugli atti. È questo il motivo per cui chi tende a negare le dirette lo fa per evitare una degenerazione del dibattito che tenderebbe così a semplificarsi oltre i limiti o a “populistizzarsi” su temi in cui non si può fare a meno della complessità (come ad esempio i bilanci, le transazioni, le questioni urbanistiche e via dicendo).

Dall’altra parte vi è l’esigenza della trasparenza, cioè del mostrare atti, comportamenti e dichiarazioni di chi rappresenta la sovranità popolare. Un’esigenza che anche il Parlamento ha codificato istituendo un apposito canale per le dirette parlamentari (che però sono regolate precisamente e, ad esempio, cessano nel momento in cui la seduta è sospesa). Una delle regole più in voga è quella di realizzare inquadrature fisse e solo su chi parla, per “smorzare” la tentazione di inquadrare il “nemico” politico in qualche modo specifico magari mettendolo in ridicolo. O comunque la regolazione di chi è abilitato a riprendere le sedute delle pubbliche assisi (ad esempio nelle sedute pubbliche di tribunale anche le riprese dei giornalisti sono sottoposte ad autorizzazione). La decisione di quale strada prendere spetta alla politica ma forse andrebbe posta l’attenzione sulla tendenza a scaldare gli animi, a fare comizi e a trasformare tutto in spettacolo.

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