Il Sindaco di Artena si prende una “grande responsabilità” con un’ordinanza che interessa il depuratore intercomunale di Artena e Lariano, gestito dall’Acea Ato 2. Angelini: “Costretto per coprire gravissime lacune legislative. Situazione indegna di un paese civile”

Il depuratore del Colubro (foto d’archivio)

Con un’ordinanza, il sindaco di Artena Felicetto Angelini ha imposto all’Acea Ato 2 di rimettere in esercizio il depuratore del Colubro. L’ordinanza prevede l’obbligo della società di “esercire (cioè mettere in esercizio ndr) l’impianto summenzionato con lo scarico a suolo nel rispetto dei limiti imposti dalla Tabella 4 dell’Allegato 5 alla Parte Terza del D. Lgs. n. 152/2006; di acquisire con frequenza settimanale i controlli analitici eseguiti da laboratorio accreditato sui reflui in uscita dallo scarico in questione”.

L’ordinanza ha validità il tempo necessario all’Acea Ato 2 ad ottenere l’autorizzazione della Città Metropolitana di Roma Capitale e comunque non oltre “tre mesi eventualmente rinnovabili per motivi legati all’ottenimento e allo sviluppo delle pratiche finalizzate alle autorizzazioni della Città Metropolitana”. Per ottenere le autorizzazioni in questione, la società dovrà fare ciò ha detto che sta facendo. Cioè presentare all’ex Provincia un progetto per la creazione di un collettore che colleghi il depuratore con il “Canale di Bonifica”, che si trova a diverse centinaia di metri dall’impianto. Un’ipotesi che avevamo indicato sul settimanale La Nuova Tribuna già nei mesi successivi al sequestro del depuratore, che però ha un certo costo.

Angelini: “Costretto all’ordinanza per coprire gravissime lacune legislative. Situazione indegna di un paese civile”

“Ho assunto su di me una grande responsabilità – ha dichiarato il Sindaco di Artena Felicetto Angeini – per amore dell’interesse pubblico e della città di Artena. Come troppo spesso accade in questo paese i Sindaci sono “costretti” a prendere iniziative straordinarie per coprire gravissime lacune legislative. I Sindaci sono troppo spesso chiamati ad assumersi responsabilità perché troppo spesso ci sono persone, funzionari ed Enti che “..non sono competenti, che non è una loro responsabilità…”. Una situazione paradossale e intollerabile, indegna di un paese civile”.

“Ho dovuto emettere questa ordinanza di “riapertura” del depuratore del Colubro chiuso da anni – ha proseguito Angelini – perché “richiuderlo” di nuovo avrebbe comportato un pesante danno economico per le famiglie di Artena che avrebbero dovuto sopportare il gravoso impegno economico che il ritorno degli autospurgo, con centinaia di viaggi da fare ogni giorno, avrebbero comportato oltre evidentemente un gravissimo e superiore danno ambientale. L’ACEA ha solo tre mesi di tempo per realizzare il canale necessario per superare questa continua emergenza. Nel firmare questa ordinanza, cosa che non ho fatto certo a cuor leggero e cosciente della grande responsabilità che mi cadeva addosso – ha concluso il Sindaco di Artena –, credo di aver adempiuto al vincolo di mandato ed al legame morale e sociale che tiene stretto un Sindaco alla sua comunità”.

Dal sequestro del 2015 all’ordinanza di giovedì scorso

L’impianto era stato sequestrato nell’estate del 2015 dai funzionari del Corpo della Polizia Locale della Città Metropolitana di Roma Capitale a causa di ripetute rilevazioni, nelle acque reflue, di inquinanti tipici di lavorazioni industriali. In particolare si trattava di zinco e solventi clorurati che sarebbero stati immessi nella fognatura pubblica a più riprese tra marzo e luglio 2015. La rilevazione degli inquinanti ha prima portato la Città Metropolitana a revocare l’autorizzazione allo scarico e poi la Magistratura di Velletri ad emettere un decreto di sequestro dell’impianto, chiuso il 10 agosto 2015. Da quella data i fanghi sono stati portati via con le autobotti.

L’ordinanza sul divieto di pascolo del 2016 e l’esito della “caratterizzazione”

Nel 2016, a seguito di una nota dell’Arpa Lazio, il Sindaco di Artena ha dovuto firmare una prima ordinanza. Si trattava del divieto di pascolo e di coltivazione e di commercializzazione di prodotti agricoli rispetto ad alcuni terreni nei pressi del al depuratore. Si è quindi passati alla caratterizzazione del suolo. L’iter è iniziato con una prima “analisi di rischio” confrontando i valori sui terreni a monte e a valle del depuratore.

Nel 2017, preso atto che non si rilevavano superamenti dei limiti degli inquinanti negli “strati più profondi”, si è modificato il modello di indagine. Si è passati dall’analisi di rischio al “protocollo operativo per la determinazione dei valori di fondi di metalli/metalloidi nei siti di interesse nazionale”. Nel giugno 2017 si arriva alla conferenza dei servizi e si ritiene che “(…) non è possibile riconoscere una sostanziale differenza, a corroborare l’ipotesi di concentrazioni, per i cinque elementi in esame superiori alle CSC (concentrazione soglia di contaminazione ndr), riconducibili a valori di fondo naturale e non a una potenziale contaminazione”. Gli elementi presi in considerazione erano: Arsenico, Berillio, Cobalto, Titanio e Vanadio.

Si chiede quindi alla Regione di definire e assumere “i valori di fondo naturale individuati quali nuove CSC di riferimento per il sito”. Altri due passaggi riguardano questa fase. Uno: nel febbraio 2018 la Regione Lazio si esprime favorevolmente rispetto alla richiesta. Due: nel maggio 2018 il Comune di Artena, con una determinazione dell’ufficio, approva in modo definitivo le risultanze della conferenza dei servizi.

Il dissequestro e l’ordinanza sindacale della scorsa settimana

L’autorizzazione ad intervenire sull’impianto per effettuare i necessari adeguamenti è stata concessa nel febbraio 2019. A marzo 2019 l’Acea Ato 2 ha riattivato l’impianto, a luglio 2019 ha ottenuto il dissequestro e portato a regime il depuratore, chiedendo una nuova autorizzazione allo scarico alla Città Metropolitana. Poi è arrivato lo stop con un “avviso di diniego” notificato il 7 novembre scorso da parte della Città Metropolitana di Roma.

Perché questo preavviso? Secondo quanto emerso in un Consiglio comunale che si è tenuto ad Artena qualche tempo fa, tutto dipenderebbe da ciò che in Comune ritengono una carenza di legge. L’alveo in cui scarica il depuratore del Colubro non sarebbe idoneo a ricevere le acque reflue malgrado queste rispettino i parametri previsti dalla legge. I reflui dovevano quindi essere prelevati giornalmente dal depuratore con delle autobotti (che aggravano il traffico su Artena) i cui elevati costi, come avevamo raccontato qualche tempo fa, ricadono sulle bollette di tutta la provincia di Roma.

L’annunciato diniego della Città Metropolitana, secondo quanto riporta l’ordinanza di Angelini, poteva essere evitato nel caso in cui l’Acea Ato 2 avesse presentato “un progetto da cui risulti la fattibilità tecnica per la realizzazione di un sistema di collettamento che colleghi senza soluzione di continuità il punto di produzione del refluo con il canale di Bonifica, previa acquisizione del parere idraulico del Consorzio di Bonifica, e il cronoprogramma dei lavori con la tempistica prevista per la realizzazione”. La società si è impegnata a presentare il tutto entro novembre e, in attesa dell’autorizzazione allo scarico, è arrivata l’ordinanza del Sindaco.

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