Obbrobrio o torre civica? E se rendesse Artena più famosa?

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La torre degli anni Cinquanta del centro di Artena anima il dibattito tra chi la vuole lasciare, chi la vuole riqualificare e chi non vede l’ora di buttarla giù. Le torri dell’acqua di altre città sono state demolite o riqualificate. Ecco qualche esempio concreto

Negli ultimi giorni tanti artenesi si stanno appassionando al futuro della torre dell’acqua di Artena. C’è chi non vede l’ora che sia demolita e chi non vede il motivo per demolirla. C’è chi la ricorda come punto di riferimento della giovinezza e chi ne sottolinea la bruttura. Da tutto ciò è nato anche un sondaggio tramite gruppo facebook: su 199 voti, il 73% di chi si è espresso vuole tenere la torre per riqualificarla, il 27% è favorevole alla demolizione. Così un edificio che tutti pensavano orrendo si sta rilevando in qualche modo degno d’affetto grazie al tema di discussione lanciato dall’ing. Matteo Riccelli.

D’altra parte la torre è lì dagli anni Cinquanta, quando l’acqua nel centro urbano non c’era e il Comune si trovò a dover costruire dal nulla la nuova Artena. Appena finita la guerra, il primo problema fu la ricostruzione: la coalizione social-comunista la spuntò ed elesse il sindaco Eligio Pompa che fece progettare il nuovo centro urbano nella valle, mentre la Democrazia Cristiana avrebbe voluto uno sviluppo lungo le dorsali di via del Convento e via Calcarelli. Il piano per la ricostruzione fu appaltato dall’Amministrazione social-comunista e realizzato dal sindaco democristiano Conti [cfr “Problemi uomini e fatti della mia terra” di Gino Bucci, pag. 73]. L’acqua scarseggiava e la torre fu costruita per farla arrivare più in alto possibile per poi distribuirla (a caduta) alle abitazioni circostanti. Come fu tecnicamente costruita non è chiaro, fatto sta che senza di essa in nessuna casa sarebbe potuta arrivare l’acqua e che è rimasta lì per circa 65 anni.

Onta urbana o torre civica?

In un certo senso la torre dell’acqua di Artena ha concretamente assolto il compito per il quale sono nate le torri civiche di Latina, Sabaudia e Pontinia. “I contadini e i rurali debbono guardare a questa torre che domina la pianura e che è un simbolo della potenza fascista. Convergendo verso di essa troveranno quando occorra aiuto e giustizia” c’è scritto su una lapide commemorativa sotto la torre civica di Latina. Di sicuro la torre di Artena non è fascista e probabilmente gli artenesi non vi scriverebbero sotto la stessa cosa. Malgrado ciò la torre ha aiutato la popolazione, permettendone lo sviluppo a valle erogando acqua. E ora genera sentimenti ambivalenti. C’è chi le è affezionato, chi la vive come “un’onta al centro storico più bello del mondo” e chi ritiene che abbattendola “Artena può recuperare un’immagine più estetica, archiviando la triste memoria dell’Italietta anni ’50” (Luciano Lanna). Nessuno ha mai pensato di metterci sopra un orologio o una bandiera che potesse indicare il centro della città, come si fa a Latina. Cioè il centro in cui si trovano: il museo, l’aula consiliare, il Comune, il centro anziani, i vigili, la banca, la parrocchia, la chiesa e la piazza (che effettivamente stanno tutti lì intorno).

Tuttavia c’è anche da dire che quell’edificio è un segno concreto dello spirito del tempo, che si è manifestato ad Artena realizzando cose utili ma brutte perché in contesti belli ma inadatti. Così come la torre degli anni Cinquanta stona vicino al Granaio Borghese del 1700, non si può dire diversamente di altro. Ad esempio: delle superfetazioni, dei cavi, delle porte in acciaio e delle case rifatte a caso nel centro storico seicentesco; o di esposizioni museal-ludico-sportive dentro palazzi storici in luoghi già senza parcheggio piuttosto che in una città dello sport; o di fabbriche isolate tra campi e pascoli; o di siti produttivi praticamente inglobati nel centro urbano; o di sproporzionati edifici su crinali montani o tra case normali o su strade romane; o di immobili avveniristici tra case ordinarie; insomma, per fare la sintesi, un po’ come la tipica sosta delle automobili sugli incroci, tanto frequente in alcuni punti di Artena.

Cercando di formulare un giudizio estetico sul contesto, forse si potrebbe parlare non tanto di bello o di brutto, quanto invece di sublime. Ovvero dell’orrore dilettevole kantianamente inteso (pur applicato all’opera dell’uomo e non alla natura) o dell’orrore che affascina di burkiana memoria. Come la si valuti, non si può dar torto a chi la vuole demolire ma nemmeno a chi la vuole conservare (sempre ammesso che sia strutturalmente possibile). E nell’uno e nell’altro caso sarà da vedere se conviene e cosa farci: costruire di nuovo? Allargare il parcheggio? Farci uno spazio verde? Certo, andranno valutati i costi, perché, va ricordato, l’edificio è di proprietà del Comune, e non dell’Acea che presto lo riconsegnerà all’ente pubblico. E anche se la demolizione la potrà fare l’Acea, sempre soldi nostri sono.

Esempi di demolizioni e riqualificazioni riuscite

Demolire o riqualificare sono due alternative che altri Comuni hanno già affrontato. Di torri dell’acqua ne sono state demolite molte: basta una ricerca su google per avere una sfilza di abbattimenti. Ma ne sono state riqualificate altrettante. C’è chi le ha utilizzate per ricevere finanziamenti da oltre 1 milione di euro, chi le ha trasformate, chi le ha semplicemente abbellite.

Gli esempi di riqualificazione in Italia

Ad esempio a Milano la torre dell’acqua è diventata una torre arcobaleno. Come riporta il Corriere della Sera, il vecchio serbatoio idrico è stato riqualificato negli anni Novanta diventando uno dei simboli della città. In quel caso il Comune ingaggiò degli artigiani e tutta la superficie della torre fu ricoperta da 100 mila piastrelle di ceramica. Non si trattava di una torre storica ma di un anonimo torrino piezometrico del 1964 posto presso la Stazione di Milano Piazza Garibaldi. Il marketing dei milanesi ha saputo trasformarlo in vanto da ammirare.

Oppure c’è l’esempio del Comune di Fossacesia, in provincia di Chieti, che è riuscito a usare una brutta torre dell’acqua (ben più brutta di quella di Artena) per ottenere un finanziamento di 1,5 milioni di euro per la riqualificazione dell’area urbana degradata circostante (come ha fatto qualche anno fa il Comune di Lariano per l’area popolare di Colle Fiorentino). A Fossacesia la torre è stata al centro di un progetto per trasformarla in area museale, laboratoriale e didattica.

Rimanendo ancora in Italia, a Budrio sulle torri dell’acqua è stato fatto un progetto per la trasformazione in aree comunitarie. Mentre a Verona la vecchia torre dell’acqua è stata al centro di un dibattito tra professionisti per capire come trasformarla. Una delle ipotesi emerse due anni fa è quella di farne un faro.

L’estro inglese e la praticità olandese

All’estero non sono da meno, osano ancor di più. A Suffolk (in Inghilterra) una torre idrica è stata riconvertita in un bed&breakfast: in quel caso si trattava di un serbatoio idrico del 1923. “Cosa farne?” scrive La Stampa, “abbatterla oppure sfruttare la sua struttura che tanto spiccava e caratterizzava lo skyline della campagna circostante? Ovviamente la soluzione scelta è stata la seconda, e grazie a Glencairne Stuart Ogilvie con l’architetto F.Forbes Glennie e la supervisione di H.G. Keep, nel 1979 la water tower di Thorpeness ha cambiato forma e sostanza“.

C’è poi un caso anche nei Paesi Bassi. A Sint Jansklooster la torre dell’acqua si trovava nel mezzo di un’area naturale protetta. Che ne hanno fatto gli olandesi? La cosa più semplice: l’hanno usata come torre turistica. Un percorso interno di scale conduce all’ultimo piano, dove dalle finestre si può ammirare il panorama.

Demolizione, murales identitari o torre civica: in ogni caso può essere occasione di notorietà per Artena

In tutto il mondo edifici industriali dismessi, fabbriche, bunker, chiese e addirittura carceri vengono riconvertiti, come a Roma è stato fatto con l’ex Mattatoio che oggi ospita la facoltà di Architettura di Roma Tre. La torre dell’acqua di Artena non è certo esempio di bellezza (ma non è più brutta di altri edifici) né forse potrà diventare un giorno luogo di svago (sempre se non verrà abbattuta).

Però potrebbe essere intanto un buon modo per liberare la fantasia, attirare l’attenzione e far parlare della città e del suo centro storico con un concorso nazionale di idee. Magari facendo gareggiare i giovani architetti, invogliandoli a confrontarsi con il progetto realizzato dal prof. Ettore Maria Mazzola decenni fa [Artena. L’integrità urbana ritrovata, Cangemi editore, 2004] che metteva idealmente in collegamento l’Asilo San Marco e l’ex Granaio proprio con la torre, ricreando un contesto con italiche radici.

Che alla fine la si butti giù perché inadeguata, la si usi come “tela” per quattro murales identitari artenesi (sulle lotte per la terra degli anni 1906-’49-’50, sulla rinascita promossa dai Borghese nel ‘600, sul mito del “brigante” e sulla processione della Madonna delle Grazie), ci si pianti una bandiera, si usi come luogo espositivo o come terrazza per fare le foto al centro storico “più bello del mondo”, quantomeno il tema sta “agitando le acque” in una città che si stava “addormentando”.

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