Se prima l’Italia era un popolo di 60 milioni di Commissari Tecnici, oggi si è trasformata in un popolo di scienziati. Ognuno che s’alza ha la verità su come sconfiggere l’epidemia. Addirittura si registrano dichiarazioni pubbliche di ex parlamentari che invitano i sindaci a fare ciò che è sconsigliato dalle autorità sanitarie. Da parte mia, a parte lo stare a casa perché la situazione è grave e rischia di non “andare tutto bene”, vi propongono sei minuti di silenzio. Vi chiedete perché proprio sei?

1- Un minuto va dedicato in questa emergenza alle persone che stanno male, alle loro famiglie, a coloro che sono soli e non autosufficienti, a chi non ha una casa e a coloro che sono deceduti. Sembra di essere tornati alla Grande Guerra o alla Seconda Guerra Mondiale, quando una persona partiva per il fronte e non si poteva far altro che sperare nel suo ritorno. Quando non tornava, alle famiglie non restava che una foto. Questo sta accadendo nelle zone più colpite e alle famiglie non è possibile nemmeno piangere i propri cari al funerale. Perché, come mostra il servizio dell’ANSA che riporto di seguito, o l’intervista pubblicata da ilsussidiario.net ad Aquilio Apassiti, anche la morte sta diventando un numero.

2- Un minuti lo dedico a chi sta lavorando in situazioni di emergenza. Agli operatori sanitari degli ospedali e delle ambulanze e alle forze dell’ordine che con spirito di abnegazione al servizio rischiano ogni giorno il contagio. Parte dei settori dello Stato, degli enti pubblici e delle aziende partecipate dovrebbero prendere esempio dal loro spirito di servizio verso la Nazione. Stanno facendo solo il loro dovere? Forse sì, ma oggi l’idea di dovere e di servizio “con disciplina e onore” non è la corda centrale di questa società e loro sono un esempio per tutti. Così come i dipendenti di alimentari e supermercati che continuano a lavorare anche stando a contatto col pubblico (senza darsi malati né riducendo l’orario di lavoro come si fa invece in servizi pubblici).

3- Un minuto lo dedico alle partite Iva, specialmente quelle a basso reddito reale, indipendentemente dal settore di attività. Loro sono i nuovi proletari che vedranno assegnarsi un giorno un contributo dallo Stato, inferiore all’importo massimo del reddito di cittadinanza. Per loro ancora oggi non ci sono tutele reali né cassa integrazione, né ferie né malattie. Ogni giorno che stanno a casa è un giorno in meno di reddito e di contratti fatti per il resto dell’anno.

4- Un minuto di silenzio ve lo propongo per il regionalismo nato dalla riforma del Titolo V della Costituzione. Il regionalismo italiano, con le tante competenze esclusive e concorrenti, sta mostrando tutti i suoi limiti. Ci troviamo di fronte ad una Repubblica frammentata in cui ognuno che s’alza fa il “capo” in casa propria, in buona fede o per marcare la differenza con gli altri. È il caso delle numerosissime ordinanze, decreti, disposizioni e iniziative che si stanno prendendo in questi giorni. Non che il regionalismo sia tutto da buttare ma vi sfido a ricordare quali DPCM, Ordinanze e disposizioni sono in vigore oggi, quali no e quali si “incrociano” in “combinati disposti”. Una Repubblica così costituzionalmente pensata non è adatta ad affrontare le emergenze e ne va preso atto. Anche perché non siamo gli Stati Uniti né la sterminata federazione russa.

5- Un minuto di silenzio è invece per il sogno di un’Europa solidale, che con il coronavirus si è schiantato contro i reali interessi delle nazioni. Parliamo della cattiveria della Lagarde verso i nostri titoli di Stato, del blocco delle mascherine in Germania (poi sbloccato dalle nostre proteste) e delle critiche al nostro modo di affrontare la situazione. Se gli amici si vedono al momento del bisogno, o questi “amici” hanno preso un abbaglio o è evidente che gli interessi reali sono sempre più forti dei trattati e che questi ultimi sono strumento di politiche di potenza.

6- L’ultimo minuto di silenzio lo vorrei dedicare alla comunicazione pubblica in questo stato di emergenza. Pare come l’epoca del “Rapimento Moro” (che è ricorso due giorni fa senza una parola) con tante discussioni e proposte che sfociano in via Fani. I “galli che cantano” sono troppi e mandano le persone in confusione, mentre invece servirebbe una voce unica (o almeno un coro) con disposizioni chiare. Non dico di tornare ai bollettini del Comando Supremo di Armando Diaz ma tra tutti i leader non ce n’è uno che non abbia parlato troppo, troppo poco o a sproposito, anche sbagliando a comunicare ciò che intendeva dire. Cito solo gli esempi estremi: da Johnson che ha voluto mettersi nei vestiti di Churchill senza averne la statura (pur dicendo la verità affermando che ci saranno molti morti), ai nostri governanti che continuano a dire che “andrà tutto bene” (come si fa con i bambini) mentre muoiono centinaia di persone ogni giorno perché dopo decenni di pace interna nessuno era preparato a un’emergenza del genere. Un evidente segno che gli ultimi trent’anni non hanno prodotto leader all’altezza della situazione.

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