Sono almeno dieci anni che viviamo nel malcontento. Questi dieci anni hanno fiaccato anche la voglia di impegnarsi in politica e oggi a ogni elezione ci ritroviamo a dover scegliere tra personaggi conosciuti e compassati, senza nessuna vera novità. A livello nazionale le novità sono Salvini e Di Maio. Ma a livello locale chi rappresenterà in un ruolo apicale la novità?

Vi ricordate quante volte in passato i “giovani” sono insorti contro la cosiddetta gerontocrazia? Quante volte hanno detto che bisogna cambiare, che bisogna svecchiare e rottamare? E dopo tutte queste insurrezioni, che fine hanno fatto quei “giovani”?

Credo che si siano ammalati di una male che pian piano, ciclicamente, torna. È l’incapacità di scegliere e di impegnarsi in prima persona, forse per paura di sbagliare, di contaminarsi, di sporcarsi le mani o di non essere all’altezza. Una incapacità che a volte è mascherata da volontà di mantenere la propria purezza morale, altre volte da menefreghismo, altre ancora da benaltrismo, attendismo e deferenza per gli anziani.

Ma in politica, si sa, la deferenza conta fino a un certo punto e i leader non nascono “attendendo di veder passare il cadavere dell’avversario lungo l’argine del fiume”. Combattono nella fossa, cercando di sopravvivere, vincere, ottenere risultati per i propri elettori e la comunità, secondo la propria visione del mondo. Misurandosi nella competizione elettorale, raccogliendo voti, chiedendo la fiducia delle persone.

Se non fanno questo, cercando anche di scalzare i “padri politici” e i potentati elettorali, cosa rimane di quelle anime belle sempre pronte a puntate il dito verso il cattivo politico di turno? Rimane il limbo. Ma non per impossibilità di scegliere: per non averlo voluto fare.

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