Negli ultimi 27 giorni sono accaduti fatti che, se le cose andranno come penso, influiranno sui prossimi vent’anni di politica italiana nazionale e locale. Partiamo da quella nazionale. L’accordo di governo Pd-M5S normalizza definitivamente la politica italiana e genera un cambiamento strutturale nelle forze politiche riportando le dinamiche verso la normalità.

Mi chiederete: qual è la normalità in democrazia? La regola d’oro della democrazia è: la maggioranza vince. Ma per assetto socio-culturale, oltre che storico e geografico, la nostra Italia è da sempre stata ricca di diversità. Per questioni di cultura (di matrice cattolica) gli italiani non hanno mai creduto davvero che la maggioranza potesse avere ragione, confidando invece in una “verità” e in una “giustizia” sempre ritenute dei pochi e sopettose del popolo.

Finché c’è stata la Dc al centro e nel pentapartito, le cose sono state abbastanza stabili, coniugando la rappresentatività con la stabilità del potere (pure troppo stabile). Poi è avvenuto il disastro sistemico. Con l’avvento del maggioritario e l’elezione diretta del sindaco ci si è dimenticati la prassi della ricerca del consenso e della collaborazione. Come in molti piccoli paesi, piuttosto che lavorare per unire si è giocato a spaccare gli avversari così da “vincere” le elezioni con un voto in più.

Siamo così arrivati alla recente follia secondo cui un partito o una coalizione con il 40 percento può recriminare di aver “vinto le elezioni” pur essendo minoranza. Esattamente come accade nei piccoli Comuni, dove una legge elettorale che a mio parere distorce il gioco democratico permette a delle liste di minoranza (anche con il 30 percento a seconda dei casi) di governare da sole per tutti.

Probabilmente con questo nuovo accordo Pd-M5S si arriva al termine di questo sogno solipsistico in cui ognuno può pensare di governare da solo. L’accordo, per chi segue la politica, si è giocato su diversi tavoli e in molti mesi, a partire da quando nel Lazio si è fatta una legge proporzionale e, una volta eletto Zingaretti, dai tentennamenti di alcuni esponenti M5S sul voto di sfiducia al governatore del Lazio. È proseguito sul tavolo delle politiche dei rifiuti e di quelle ambientali ancora nel Lazio e si è concluso con l’elezione del presidente della Commissione Europea e del Parlamento Europeo.

E dalla Regione Lazio al Governo, dal Governo alle Regioni, questo nuovo accordo potrebbe ridisegnare la geografia delle forze politiche, facendo tornare nel centro destra l’anima “nera” o “azzurra” dei 5 Stelle che già oggi a livello locale inizia a trovare qualche imbarazzo dopo aver per anni attaccato in tutti i modi gli esponenti del Pd (e viceversa).

Sembra anche facile prevedere un ritorno al proporzionale alle politiche e (forse) nei Comuni. Un po’ perché Pd e 5 Stelle hanno paura di un centro destra con pieni poteri con il 40 percento; un po’ perché se ci si convince che è davvero assurdo, come previsto oggi (e peggio della legge truffa del 1953), che con il 40 percento si possa avere la maggioranza in parlamento, non si capisce perché lo si possa continuare a fare per l’amministrazione di un Comune.

Ciò comporterà ancor più imbarazzi perché cambierà il modo di fare campagna elettorale: se fino ad oggi la politica è stata delegittimazione dell’avversario per cercare di prendere un voto in più, da domani si tornerà ai temi evitando di attaccare sul personale quelle persone con cui si potrebbe dover fare un accordo successivamente.

Tutto ciò imbarazza o infastidisce? Vuol dire che il sogno, coltivato da tutti, dei “pieni poteri” per il proprio leader (secondo il concetto “la democrazia va bene finché ho la possibilità di essere io il re”) ci ha cambiati così tanto da distorcere il nostro modo di intendere la democrazia stessa. Che non è un “andiamo a comandare” ma l’esercizio del potere, nei limiti delle “regole del gioco”, al servizio e nell’interesse della Nazione e fondato sul consenso della maggioranza elettorale.

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