Da qualche tempo in Italia si parla della possibilità di ridurre l’età minima degli elettori. Qualcuno vorrebbe passarla da 18 a 16 anni. Sulla proposta si sono confrontati, a tutti i livelli, commentatori, esperti, politici e professori. Le motivazioni sono le più disparate: c’è qualche partito che vorrebbe recuperare qualche voto; c’è chi ritiene che i sedicenni siano pronti a dare un impulso decisivo alla politica nazionale e chi invece li ritiene immaturi, inesperti e disinteressati. La giustificazione più solida della proposta è: a 16 anni si può già lavorare.

Francamente non vedo perché un ragazzo o una ragazza di 16 anni non possano votare se, allo stesso tempo, possono iniziare, a talune condizioni, a lavorare e a pagare le tasse. Ma se è questa la giustificazione della proposta, tanto vale “girare la frittata”. Mi chiedo perché, con una popolazione sempre più vecchia e con un’età di accesso alla pensione sempre più alta, con una disoccupazione rilevante, non si intervenga invece con l’innalzamento dell’età di accesso al mondo del lavoro tramite l’unico strumento effettivamente incisivo: l’innalzamento dell’obbligo scolastico.

D’altra parte se è vero che l’aspettativa di vita si sta alzando, allontanando l’agognata pensione, ciò dovrebbe anche portare ad un prolungamento della “gioventù” e dei diritti/doveri (anche formativi) dei giovani. Con ciò parificando l’età per l’accesso al lavoro a quella dell’attuale maggiore età. Sarebbe la soluzione più ragionevole, a meno che non si voglia più semplicemente risparmiare da una parte sulle pensioni, dall’altra sui servizi ai giovani e alle famiglie.

Ci viene a volte detto che il nostro sistema di istruzione ha dei problemi. Ad esempio nel 2017 il rapporto Goal 4 di Asvis diceva che c’è “un’elevata quota (tra il 15% e il 25%) di quindicenni che non raggiunge la soglia minima delle competenze giudicate indispensabili per potersi orientare negli studi, sul lavoro e più in generale nella vita”. Quest’anno il rapporto afferma che tale quota è diminuita ma anche che “nell’ultimo anno il tasso di abbandono scolastico peggiora, in controtendenza con gli anni precedenti, attestandosi al 14%”.

Allora mi domando perché invece di mandare i 16enni e i 17enni a lavorare (a volte sono obbligati a farlo per contribuire alle spese della famiglia) lo Stato non intervenga per sostenere e prolungare il periodo dell’istruzione obbligatoria portandola all’età di 18 anni. Non si tratta di mandare tutti al liceo o all’università ma di offrire servizi d’istruzione differenziati, completi e specializzati. Sarebbe anche un buon modo per ridurre ex lege la quantità di persone in cerca di occupazione, se effettivamente si vuole costruire una società più istruita, formata e equilibrata e dare qualche chances in più a chi non riesce a trovare lavoro. O no?

Lascia un commento

Comments are closed.