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Proteste e tensioni nelle principali città italiane contro il DPCM che limita l’attività di ristoranti, bar, pub, palestre, piscine e altri esercizi commerciali
L’ultimo DPCM è vissuto come la “mazzata finale” dai gestori di ristoranti, piscine, bar e altre attività da esso colpite. Lo avevamo detto e non era difficile prevederlo. Per questo le categorie colpite dal provvedimento stanno scendendo in piazza a Napoli, Milano, Torino, Palermo per protestare. A riportarlo è l’ANSA che parla di “guerriglia” a Milano e Torino e di “alta tensione a Napoli”. Bombe carta contro la Prefettura sono state lanciate a Catania. A Viareggio hanno bloccato il traffico e a Treviso sono scesi in strada a migliaia. A Cremona hanno occupato al piazza davanti alla Prefettura e quando se ne sono andati hanno lasciato pentole e stoviglie. Manifestazioni sono in corso anche a Genova. È questa la protesta di quelle categorie più colpite prima dal lockdown e ora dalle limitazioni del DPCM del 24 ottobre 2020.
Le proteste degli chef
Poche ore prima delle manifestazioni i più grandi chef italiani avevano duramente attaccato il Governo per le scelte fatte. “Capisco l’emergenza – ha detto Viviana Varese, chef di Viva -, ma sarebbe stato meglio fare più controlli, e chiudere le attività irrispettose invece di far fuori tutta la ristorazione. Vorrei che chi ci governa ci mettesse nelle condizioni di poter lavorare invece di chiuderci e darci bonus che sono noccioline rispetto al fatturato che perdiamo”. Le norme del DPCM secondo Niko Romito, chef del Reale, porteranno a una perdita del 60% del fatturato. Su tutti, l’amarezza di Antonino Cannavacciuolo è icastica: “L’Italia ha fatto un ottimo lavoro chiudendosi per mesi, questo vantaggio non andava sprecato”.
Antonello Colonna: “Se i politici non sono in grado, tornassero a fare le fotocopie”
Di provvedimenti “umilianti” parla Antonello Colonna, stellato con un resort a Labico, che attacca senza mezzi termini il Governo in alcune dichiarazioni rilasciate all’Adnkronos (leggile qui nella versione integrale): “Ci stanno chiedendo di fare gli equilibristi, ma dipende su che diametro di fune viaggi e a che altitudine. Non hanno la dignità di ascoltare un qualsiasi personaggio della ristorazione e trovare un compromesso tra diritto e buon senso. Le 18 non sono niente, è come dirci di chiudere. Noi italiani siamo brave persone, non siamo i gilet gialli e non mettiamo a ferro e fuoco le città, ma questa cosa qui è umiliante“.
“Il governo – sostiene Colonna – ci deve dare una rotta, e noi dobbiamo seguirla. Ora ci sta dando quella sbagliata, rischiamo di prendere gli scogli. Se i politici non sono in grado di mettere in acqua le navi, tornassero a fare le fotocopie che è anche difficile farle, è un’arte. Abbiamo figure che probabilmente, non più tardi di 4 anni fa le facevano e oggi fanno i ministri“.
“L’Italia non è Milano, Napoli, Roma o Torino. L’Italia è Carsoli, sono i piccoli centri di provincia, perché far chiudere là i locali?”, dice ancora Colonna. “Non voglio fare polemica – spiega – ma a Labico, dove ho un resort, non esiste la movida, ci sono due bar dove vanno dieci persone. Dietro al bancone c’è il figlio, a fare i panini la madre. In Italia il 90% delle attività è così. A Palestrina o a Zagarolo che movida c’è? Io questo attacco, perché nei paesini così si campa”.
Secondo Colonna “ci stanno prendendo in giro. Per esempio – continua – a Milano è ripartita l’attività edilizia. Ma come fanno i cantieri aperti giorno e notte a rispettare le regole igieniche e sanitarie? Per assurdo preferirei una dittatura, un potere di polizia che aumenti la sicurezza. A Colleferro hanno ammazzato un ragazzo sotto alla caserma dei carabinieri. A Colleferro – sostiene lo chef – non c’è la movida, c’è la delinquenza”.

Un ristoratore di Valmontone: “La più grossa sconfitta è la disperazione dei dipendenti”
In provincia di Roma non va meglio. I piccoli ristoratori che sono proprietari dei locali e hanno una gestione familiare al massimo non avranno l’incasso. Ma che dire di coloro che hanno dipendenti e affitti da pagare e che aprono soprattutto la sera? Per loro si prospetta o la chiusura o un mese di lacrime e sangue, con i dipendenti di nuovo in cassa integrazione.

“Ieri sera – racconta un ristoratore di Valmontone – ho chiuso il locale dicendo ai dipendenti che non ho alternativa se non mandarli in cassa integrazione. Io non ho ancora preso l’indennità del lockdown e loro non hanno ancora ricevuto la cassa integrazione di marzo: la più grossa sconfitta è stata la loro disperazione, ma che altro posso fare?”.
L’ipotesi di decreto del Governo e il credito d’imposta cedibile sugli affitti
Secondo quanto riporta ilsole24ore.com, il Governo starebbe lavorando a un decreto da 5 miliardi di euro in cui sarebbero inserite anche 18 settimane di cassa integrazione. Tra i cinque miliardi ci sarebbero anche i “ristori” per chi ha avrà ridotto il fatturato. Inoltre si prevederebbe l’erogazione di un credito d’imposta sugli affitti che sarebbe cedibile ai proprietari dei locali.

La dura nota della Federazione Italiana Pubblici Esercizi contro la chiusura alle 18
La presidenza Fipe-Confcommercio, riunitasi d’urgenza ieri, ha “nuovamente espresso perplessità e contrarietà alla chiusura dei pubblici esercizi alle ore 18:00”. “Per la ristorazione è impedita l’attività del servizio principale della giornata – dice la FIPE -, mentre per i bar si tratta di un’ulteriore forte contrazione dell’operatività. La contrarietà si aggiunge alla consapevolezza che non esiste connessione tra la frequentazione dei Pubblici Esercizi e la diffusione dei contagi, come dimostrato da fonti scientifiche, che attribuiscono piuttosto ad altri fattori -mobilità, sistema scolastico e mondo del lavoro- le principali fonti di contagio”.
La manifestazione in previsione per il 28 ottobre
“La Federazione – prosegue la nota – ha preso atto delle dichiarazioni del Presidente del Consiglio Conte relativi ad interventi urgenti e specifici a favore del settore. Pur apprezzando l’impegno dal Governo, la Federazione si è immediatamente attivata affinché gli stessi siano economicamente significativi, certi e immediatamente esigibili per tutte le imprese del settore. La Federazione il prossimo 28 ottobre sarà comunque presente in 21 piazze d’Italia per ribadire i veri valori del settore – economici, sociali, culturali ed antropologici – messi in seria discussione dagli effetti della pandemia da Covid-19, che sta mettendo a repentaglio la tenuta economica del settore, l’occupazione (a rischio oltre 350mila posti di lavoro) e il futuro di oltre 50.000 imprese”.
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