Trenta anni fa veniva giù il Muro di Berlino. Era la fine di un’epoca. Il nostro mondo non era più diviso in due parti (una ad Ovest e una ad Est) e iniziava il mescolamento economico e sociale. Il comunismo sovietico collassava, i vasti territori dell’Est si aprivano pian piano all’economia di mercato e contemporaneamente crollava ogni ideologia. Se prima eravamo divisi in comunisti e capitalisti, da quel momento in poi lo siamo stati soltanto per modo di dire perché il mito dell’Unione Sovietica scomparve.

Al suo posto emerse la realtà della povertà e il problema dello sviluppo di vaste parti dell’ex URSS. Un problema che ancora oggi è al centro del dibattito in Germania. Non a caso si prevede che un’effettiva parità tra l’Est e l’Ovest tedeschi si raggiungerà soltanto tra cinquanta anni, malgrado l’alto tasso di crescita economica di tutto l’Est Europa. Mentre si scioglieva la “cortina di ferro” venivano meno anche i punti di riferimento. Se prima bisogna essere convinti e integralisti, poi si sarebbe diventati relativisti e scettici. Se prima si aveva fede nelle ideologie, poi ci si sarebbe serviti di quelle idee a fini mediatici. Se prima si era uniti necessariamente contro il nemico, poi il nemico si sarebbe dovuto cercare altrove, necessariamente tra noi stessi o da qualche altra parte.

Ha simbolizzato questo la caduta del muro: la fine delle certezze. Oggi siamo in affanno proprio perché non riusciamo a trovare un altro “muro” che ci indichi il nemico e che ci tenga coesi, mentre invece avremmo “praterie” su cui costruire il nostro futuro.

Si potrebbe pensare che il nuovo muro sia a sud. Se “ieri” accanto al Muro l’Occidente aveva costruito una città-vetrina per mostrare quanto era bello il capitalismo ai sovietici, oggi la nostra Europa a sud ha solo un mare che la divide da guerre, fame e genocidi a cui non vuole mostrarsi per evitare “noie”. Purtroppo di quel Sud riusciamo a vedere soltanto la parte che ci spaventa.

La differenza col passato è che non c’è voglia di far crollare quest’altro confine, sia perché c’è una più profonda diversità culturale rispetto all’Europa dell’Est di ieri, sia perché dall’altra parte la popolazione è molto più numerosa, sia perché non si avverte una sfida cultural-spirituale da vincere come in passato. Ma soprattutto sembra non ci sia davvero la volontà di andare oltre una mera passiva accoglienza e di mettere fine alle cause che generano le migrazioni di cui ci si lamenta tanto. Anzi a volte si è intervenuto acuendole.

Se l’Europa non avesse ancora i sensi di colpa per il colonialismo (salvo rigurgiti controproducenti alla francese) probabilmente sarebbe già intervenuta in modo più saggio nel continente africano, tutelando i nostri interessi e migliorando le condizioni di vita della popolazione. Invece sembriamo impietriti e spaesati davanti al flusso di migranti (per la verità sempre minore) e ci limitiamo a offrire soldi agli Stati di confine, lasciando mano libera ad altri (Stati Uniti, Russia e Cina in primis) che non “remano” certo per noi e che si fanno certamente meno scrupoli di noi. Anche questo è il segno dei tempi che cambiano e mentre gli altri corrono, noi ci stiamo ancora “riprendendo” dal disorientamento dato dalla caduta del Muro di Berlino.

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