Discarica, termovalorizzatori e Lazio Ambiente sono stati fino a l’altro ieri gli ingredienti di una grande minestra con la quale la Regione e i Comuni hanno “dato da mangiare” a oltre trecento famiglie per anni. Nella sua arretratezza fatta di smaltimento (e non di recupero di rifiuti) in un certo senso il sistema è stato uno strumento di politica sociale adottato dalla Regione Lazio per mantenere l’occupazione.

Come dimenticare infatti che per anni, con impianti chiusi e mai rigenerati, i lavoratori sono stati comunque occupati senza licenziamenti o falcidia di organici anche se due rami d’azienda su tre sono stati a lungo fermi e uno è andato appassendo? Tutto ciò è stato possibile solo grazie agli ingenti sostegni regionali e agli introiti della discarica che hanno fatto “da cassa” a una società decotta. L’apertura di Minerva e la chiusura della discarica avvenuta l’altro giorno rappresentano i “denti” di un pettine che è destinato a scontrarsi con vecchi nodi. E a ogni “nodo” corrisponde almeno una sfida da affrontare.

Alcuni di questi “nodi” riguardano direttamente i Comuni, alcuni i lavoratori e altri Minerva. Partiamo dal “nodo di tutti i nodi”: i flussi di cassa. Con la discarica che “non riceverà più conferimenti” (così ha detto Sanna), si bloccheranno anche i fiumi di soldi verso Lazio Ambiente. Così Lazio Ambiente (e quindi la Regione) dovrà decidere una volta per tutte che fare di quei lavoratori che non transitano in Minerva e non si occupano della discarica. Saranno licenziati, trasferiti ad altre società regionali o continueranno ad essere pagati per… cosa?

E arriviamo alle conseguenze per Minerva. Il Consorzio Minerva, a differenza di Lazio Ambiente, non ha a disposizione i flussi di cassa che sono stati generati dalla discarica e dovrà (a lungo) contare soltanto sulle risorse dei Comuni. In questo senso il Consorzio può essere paragonato alla Volsca Ambiente di Lariano, Velletri e Albano ma con una particolarità: i Comuni di Minerva sono quasi tutti piccoli (Colleferro escluso) e dunque hanno risorse disponibili più limitate. Se fino a ieri “mamma” Lazio Ambiente ha ovviato ai ritardi dei pagamenti dei Comuni grazie ai flussi della discarica e alle compensazioni della Regione, domani Minerva potrebbe non fare altrettanto. Perché?

E veniamo alla radice dei problemi: la Tari. Ogni anno i Comuni incassano solo una parte delle bollette che emettono. Al contrario devono sostenere tutti i costi dei servizi di igiene urbana, indipendentemente da quanto incassano. Per fare un esempio pratico, nel 2018 (dati Ministero dell’Interno) i nove Comuni che ora fanno parte di Minerva hanno emesso bollette Tari per 11,1 milioni di euro ma nell’anno hanno incassato solo il 70% di quelle bollette. In quell’anno gli incassi complessivi per Tari, tra bollette del 2018 e del 2017, hanno raggiunto l’86,3% della spesa per i servizi di Igiene Urbana. Significa che nel 2018 hanno incassato 1,5 milioni di euro in meno rispetto ai costi sostenuti. Quanto reggeranno questo ritmo?

Ovviamente la problematica non riguarda solo i Comuni di Minerva. È un problema di nazionale. Anzi i Comuni di Minerva hanno anche una percentuale di riscossione abbastanza elevata se confrontata al 73% di Artena e Valmontone (incassi nell’anno tra residui e partite correnti). Ma la continua anticipazione da parte dei Comuni dura da anni e le casse di tutti gli enti sono stremate da sei anni di Tari. Solo per fare un esempio, il piccolo Carpineto alla fine del 2018 doveva incassare 1,5 milioni di euro di imposte e tasse degli anni precedenti; Colleferro arrivava a 12,5 milioni di euro di crediti per imposte e tasse. Ecco perché senza più discarica-Lazio Ambiente e con Minerva, i Comuni (e i loro lavoratori) iniziano una fase nuova in cui saranno più esposti ai ritardi dei pagamenti e ai ritardi degli incassi. Un po’ come sta avvenendo ad Artena.

Questi sono dunque i nodi che verranno al pettine con la chiusura della discarica e l’avvio di Minerva: destino dei lavoratori, liquidità del Consorzio, sostenibilità delle spese per i Comuni. “Nodi” che sono allo stesso tempo delle sfide e che corrono di pari passo con una sempre migliore efficienza dei servizi, il contenimento e la riduzione delle spese, il rinnovamento di impianti e sistemi di recupero e riciclo.

Potrà essere una soluzione l’impiantistica? Di certo un giorno (è stato detto che la pianificazione si avrà a giugno) ma intanto si potrebbe fare una riflessione su quanto avvenuto. Non sarebbe stato meglio allineare l’avvio del “nuovo corso” con l’effettiva saturazione della discarica o con la partenza degli investimenti? Ciò avrebbe voluto dire anticipare i tempi degli investimenti o sostenere ancora il conferimento dei rifiuti di Roma per qualche tempo. Ma evidentemente, a meno di colpi di scena, la politica ha tempi e modi che l’economia aziendale non capisce.

E torniamo, in ultimo, a Lazio Ambiente e alla bonifica della discarica. Le recenti dichiarazioni del Sindaco Sanna testimoniano una volta di più, se mai ce ne fosse stata la necessità, che in questi anni le cose non sono andate come avrebbero dovuto. Sui 25 milioni di euro necessari per bonificare la discarica di Colle Fagiolara, la società ha messo da parte soltanto 9 milioni di euro. I restanti soldi sarebbero stati stanziati con la legge finanziaria regionale: 21,2 milioni di euro in tre anni per la bonifica delle discariche di tutto il Lazio. Dopo la mancata vendita di Lazio Ambiente, ancora una volta, pure per la discarica, “paga Pantalone”.

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