Tutti i contribuenti laziali sono toccati dalla crisi di Lazio Ambiente

Anche nel 2017 Lazio Ambiente spa chiude con una perdita d’esercizio di 6,5 milioni di euro. È il quarto anno con un segno negativo per la società di cui la Regione Lazio è socio unico. Il 2014 era stato chiuso con -3,5 milioni di euro, il 2015 con -13,9 milioni di euro e il 2016 con una perdita di esercizio di altri 6,5 milioni di euro. Quattro anni in cui le perdite sono state coperte utilizzando le riserve di bilancio, abbattendo il capitale sociale e ricapitalizzando la società con i soldi pubblici regionali.

Andando a vedere gli atti disponibili, i risultati della società hanno avuto elementi positivi pur nella negatività. Ad esempio c’è stata una riduzione dei debiti per 10,9 milioni di euro: ben più dei crediti incassati dai clienti (l’importo totale dei “crediti verso clienti” è diminuito di 6,9 milioni di euro). Malgrado i miglioramenti la situazione di Lazio Ambiente rimane critica e coinvolge l’intero territorio regionale.

Perchè? C’è chi ha parlato di “ammanchi” e di una grave crisi che senza l’intervento della Regione “andrebbe a gravare sulle spalle dei lavoratori”. Tuttavia ad oggi la parola “ammanco” pare fuori luogo. Ciò che rivelano gli atti è una situazione di difficoltà strutturale di diversa natura, con cause “interne” ed “esterne”. Una situazione che ha effetti su tutta la regione: sia per risorse investite, sia per lo smaltimento dei rifiuti negli impianti.

Le cause della crisi di Lazio Ambiente

La delibera della Giunta regionale del Lazio del 10 luglio scorso, che autorizzava l’approvazione del bilancio di Lazio Ambiente, ribadisce quali sono le cause della crisi societaria. Anche quest’anno le concause indicate sono tre ed erano già state rilevante nella “Relazione sulla gestione 2014” dell’amministratore unico:

  • i mancati ricavi (e i costi sostenuti) relativi alla gestione della discarica e degli impianti di termovalorizzazione, fermi da tempo in attesa del revamping finanziato dalla Regione;
  • la rigidità dei costi fissi rispetto al valore della produzione;
  • i mancati pagamenti da parte dei Comuni serviti dall’azienda.

Gli impianti: milioni di euro di mancati ricavi

Rispetto agli impianti va detto che la discarica ha subito dal 2014 una riduzione dei conferimenti. La norma nazionale ha imposto infatti il conferimento in discarica di soli rifiuti trattati e Lazio Ambiente è dovuta ricorrere a servizi di altre società, pagandone il prezzo. Per fare un esempio, soltanto tra il 2013 e il 2014 la discarica ha generato minori ricavi per 1,34 milioni di euro.

Inoltre i termovalorizzatori hanno prodotto sempre meno a causa dello stato d’usura, che ha comportato sempre maggiori interventi di manutenzione programmata e straordinaria. Il termovalorizzatore di Lazio Ambiente è passato dai “18 giorni di inattività in 4 mesi” nel 2013 ai 150 giorni di fermo del 2015.

A seguito della riduzione del prezzo dell’energia e dell’esplosione di un impianto nell’agosto 2015,  si è registrata addirittura una minore produzione di 8,5 milioni. Sia il termovalorizzatore di Lazio Ambiente sia quello di EP Sistemi sono stati infine fermati nel 2016 perché non raggiungevano più il pareggio economico.

Il problema dei costi di produzione

Quanto ai costi di produzione, questi sono scesi in modo più lento rispetto al fatturato. Guardando i dati del Conto Economico del 2017, riportati in delibera, risulta che il valore della produzione del 2017 (25,3 milioni di euro) si riduce del 51,69% rispetto al 2016 mentre il costo della produzione diminuisce soltanto del 42,60%. Confrontando il 2016 con il 2014, la riduzione del valore della produzione è addirittura del 60% mentre la riduzione dei costi è solo del 47%.

Per fare un esempio numerico: nel 2014 il costo del lavoro (20,4 milioni) era meno della metà dei ricavi (44,74 milioni) mentre nel 2016 il costo del lavoro (18,9 milioni di euro) assorbiva più della metà dei ricavi (34,5 milioni di euro). Ciò è noto a chi legge gli atti aziendali. Afferma infatti la Relazione sulla gestione del 2017: “Mentre il livello dei ricavi è praticamente ridotto del 50% rispetto al 2016, l’importo relativo ai costi del personale rimane eccessivamente elevato e rappresenta quindi, a parere dell’organo amministrativo, l’aspetto di maggior criticità”.

Una facile previsione

Da tutto ciò emerge chiaramente un dato. La società di cui la Regione è socio unico, malgrado le economie e le razionalizzazioni sul costo del lavoro e sugli affitti, si sta facendo carico da anni di personale (dirigenti compresi) che prima era impegnato su impianti produttivi o su cantieri che ora sono fermi o chiusi. Tutto ciò autorizza a fare una facile previsione: nel caso i costi di produzione rimangano gli stessi malgrado il continuo fermo degli impianti, vista anche la riduzione dei Comuni serviti, la società farà registrare una perdita anche nel 2018.

Le soluzioni prospettate: termovalorizzazione, discarica e impiego flessibile

Le soluzioni alla crisi aziendale sono articolate in diverse osservazioni, azioni e strategie riportate anche nella delibera del 10 luglio scorso. Tra le osservazioni, l’amministratore unico di Lazio Ambiente ha notato che “la situazione economico finanziaria della società potrebbe avere dei significativi benefici qualora per la gestione della discarica di Colle Fagiolara non si perfezionasse l’anticipazione dell’attuale scadenza (31/12/2019)”. Ciò significherebbe prolungarne la vita: proposta che era stata avanzata anche in passato.

Quanto alle azioni, lo stesso amministratore “ha affermato che il superamento della situazione di crisi aziendale sarà possibile attraverso (…): adeguamento della tariffa di accesso in discarica; realizzazione degli interventi di revamping sulla linea di termovalorizzazione; entrata in funzione dell’impianto di trattamento del percolato; misure di impiego flessibile del personale anche ricorrendo all’accesso del fondo di integrazione salariale”.

La strategia decisa nel 2016: risanare la società per venderla. Ma la gara va deserta

Non può essere dimenticato, infine, che Lazio Ambiente ha esaurito tutti i contratti per la raccolta dei rifiuti nei Comuni e che la Regione ha deciso nel 2017 la vendita totale della società dopo il risanamento. Tale  piano di risanamento è stato recepito (e finanziato) dalla Regione nell’ottobre del 2016.

Il piano prevedeva la ricapitalizzazione e la realizzazione degli investimenti necessari a rendere attivi e produttivi i suoi impianti al fine di vendere Lazio Ambiente e recuperare i soldi investiti. Ma la gara per la vendita è andata deserta proprio nei giorni scorsi: non si è trovato nessuno che volesse investire 28,4 milioni di euro. Che succederà ora?

L’allungamento dei tempi non fa altro che aggravare la crisi

I dati esposti non lasciano molto margine alle ipotesi su una crisi societaria che sembra più che altro dovuta a questioni politiche. Lazio Ambiente era stata costruita su tre assets: la discarica; i termovalorizzatori e i servizi ai Comuni. Con la netta riduzione della produttività dei primi due assets e la diminuzione dei Comuni serviti, la società è andata in perdita perché ha continuato a sostenere costi sproporzionati rispetto alla nuova situazione aziendale.

Proprio quei costi, soprattutto quelli del personale, erano sopportati in vista di un ammodernamento per un rilancio dell’impiantistica. Ma la resistenza ambientale al revamping ha allungato i tempi. Così ai dei costi dell’ammodernamento (tra cui l’impiego di forza lavoro per “pattugliare” gli impianti fermi o gli affitti per il trasporto e il deposito dei materiali) si è aggiunto il rinvio dell’incasso delle risorse che il funzionamento dei termovalorizzatori dovrebbe procurare.

Tutto questo sembrerebbe indicare anche dell’altro. Cioè che il costo dell’attuale forza lavoro (anche in una nuova realtà giuridica) non è comunque sostenibile senza un’impiantistica che generi rilevanti profitti e con i soli servizi di raccolta e conferimento dei rifiuti, a meno di un consistente ampliamento dei Comuni serviti. Servire soltanto più Comuni comporterebbe però un’altra problematica: quella di scegliere tra i lavoratori di Lazio Ambiente e quelli impiegati nei cantieri dei possibili Comuni da servire.

Ora che succede? Perché non usare Lazio Ambiente come volano?

Come se non bastasse, c’è un filo rosso che collega la riattivazione degli impianti alla quantità di soldi che le casse pubbliche regionali potranno recuperare. Un filo rosso che più passa il tempo e più diventa sottile. Il fondamento a base della gara andata deserta è che Lazio Ambiente ha un valore con il suo termovalorizzatore, con quello che ha tramite EP Sistemi, con la discarica, con il know-how aziendale e con le sue prospettive. Tale valore è, secondo la gara bandita, 28,4 milioni di euro.

A gara andata deserta nascono alcune domande. Perchè nessuno si è presentato? Gli impianti non sono appetibili? Si aspetta una situazione sociale più favorevole? Si cercano garanzie sul piano regionale dei rifiuti oppure si attende soltanto il revamping? L’avvicinarsi del termine di operatività della discarica riduce il valore di Lazio Ambiente? Che succede se la condizione degli impianti peggiora ulteriormente, ad esempio per l’inattività o l’esposizione agli agenti atmosferici? E infine: la gara sarà riproposta riducendo la base d’asta?

Comunque la si guardi, più passa il tempo e più la questione diventa complessa. Stretta tra la necessità di risanare l’azienda, i costi sociali e l’opposizione dei no-revamping, la politica regionale sembra in un cul de sac. Tanto che ci si potrebbe iniziare ad interrogare sull’attualità del piano di risanamento di Lazio Ambiente, costato 12 milioni di euro ai contribuenti del Lazio. Una strada completamente alternativa potrebbe essere l’utilizzo della partecipata regionale per realizzare un’impiantistica innovativa e produttiva, che nel Lazio manca, con cui rilanciare il settore e sostenere gli attuali costi del lavoro. Ma la Regione che ha deciso di vendere la società avrà la volontà di tornare indietro per prendere questa strada? D’altra parte le elezioni ormai sono passate…



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